Lo strano ruolo del Parlamento Europeo a Bali

di Monica Di Sisto/Fairwatch

BarrosoUna delegazione di parlamentari europei ha partecipato alla ministeriale della Wto di Bali nell’ambito della quale, come di tradizione, si è tenuto un forum parallelo aperto ai rappresentanti eletti dei Paesi membri e dell’Unione Europea. In questo quadro, nella Conferenza stampa che si è tenuta alla fine dell’evento, da un lato i Parlamentari hanno partecipato allo stesso blame game contro l’India, alimentato dalla Commissione europea, senza premere la Commissione perché si assumesse alcuna responsabilità sulla rigidità con cui sono stati affrontati il sensibile tema delle flessibilità in agricoltura e quello del peso economico delle misure di Facilitazione del commercio sui Paesi più poveri.

La posizione più incomprensibile, però, si è manifestata in un’intervista concessa dal presidente della Commissione parlamentare INTA Vital Moreira al magazine americano Inside U.S. Trade. Continue reading

Global Unions: le priorità verso la Ministeriale di Bali

WTO Public Forum 2010

WTO Public Forum 2010 (Photo credit: World Trade Organization)

Sulla scia dell’attuale crisi economica, provocata in gran parte dalle stesse forze di deregolamentazione che promuovono la liberalizzazione del commercio, secondo le Global Unions, “la comunità internazionale ha ora una possibilità reale di ripensare le regole e gli accordi commerciali esistenti”.
In preparazione della Ministeriale della Wto a Bali I sindacati internazionali, in un documento di posizione appena pubblicato, spiegano che “gli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio hanno avuto un impatto negativo sugli agricoltori e i lavoratori e hanno ridotto lo spazio politico e normativo necessario alla promozione attiva sia di posti di lavoro dignitosi che di servizi pubblici di qualità”.

Tuttavia, un nuovo sistema commerciale multilaterale “può contribuire alla ripresa economica e alla risoluzione di altre crisi, benché tali contributi non siano né di per sé intrinseci né automatici. Solo regole commerciali equilibrate e inclusive possono contribuire a ridurre le disuguaglianze dei redditi, a rallentare i cambiamenti climatici e ad eliminare la povertà”.

Qui di seguito tutto il documento Global Unions-Bali

350 Organizzazioni contro il nuovo Accordo sui servizi (TISA)

Circa 350 organizzazioni della società civile, per l’Italia CGIL e Fairwatch, membri di Trade Game, hanno sottoscritto e inviato ai propri governi la richiesta di non sottoscrivere l’accordo plurilaterale sui servizi Trade in Services Agreement (TISA). L’Italia sta spingendo per la sua approvazione attraverso l’Europa nel “gruppo di pressione” principale a livello istituzionale autodefinitosi, e non è uno scherzo, quello dei “Veri buoni amici dei servizi”. L’obiettivo: condannare i Paesi che vi aderiscono a un’agenda di liberalizzazioni selvagge dei servizi essenziali, e senza alcuna valutazione d’impatto preventiva, il tutto a spese dell’occupazione, dei diritti umani, dell’ambiente.

In allegato il testo della lettera, che Trade Game ha inviato al Governo italiano insieme alla richiesta di riconvocazione del Tavolo di confronto istituzionale

L’Osservatorio Trade Game chiede al viceministro Calenda la riattivazione del Tavolo istituzionale sui negoziati commerciali

Lo stallo dei negoziati multilaterali, l’imminenza di una nuova ministeriale WTO a Bali, e l’intensificarsi degli incontri istituzionali su tavoli di portata geopolitica inedita come il Transatlantic Trade and Investment Partnership tra Ue-Usa (TTIP), ma anche di negoziati plurilaterali come il Trade in Services Agreement (TISA), hanno spinto l’Osservatorio Trade Game a scrivere al viceministro allo sviluppo economico calenda per chiedere la riattivazione del Tavolo di confronto con la società civile sui negoziati commerciali inaugurato presso il MISE dopo la ministeriale della WTO di Seattle, in vista dell’appuntamento di Cancun del 2003, e da un paio d’anni non più riconvocato.

“Ci preoccupa – hanno scritto le organizzazioni firmatarie – infatti, l’assenza di un dialogo trasparente e continuo sui mandati e risultati negoziali – dovuta in parte alla tecnicalità ma anche alla segretezza dei testi in discussione – che ci impedisce di offrire una prospettiva di impatti e implicazioni nel merito più ampia e inclusiva rispetto ai soli attori imprenditoriali nazionali, che, al contrario, a quanto si apprende, sono stati convocati a confronto, ad esempio sui negoziati USA-UE e invitati formalmente ad esprimere osservazioni e proposte in un apposito incontro convocato presso il MISE nel giugno scorso”.

Il testo della lettera: FTletteraistituzionale031013

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USA-India: Governo a rischio tribunale

Cresce in India l’opposizione al trattato bilaterale sulla liberalizzazione degli investimenti (BIT) con gli Stati Uniti. Il Forum Against Free Trade Agreement, composto da 75 Ong, organizzazioni contadine, sindacati e attivisti, ha scritto al Primo Ministro Manmohan Singh chiedendo una moratoria e la rescissione del negoziato avviato con gli Stati Uniti in occasione del meeting tra il Primo ministro e Obama a Washington a fine settembre scorso. Il pacchetto di richieste comprende, oltre alla richiesta di moratoria, l’insediamento di una Commissione indipendente che conduca una valutazione complessiva dell’impatto dell’eventuale conclusione degli accordi in discussione, in particolare rispetto alla protezione degli investimenti, e su come riguadagnare spazio politico rispetto agli obiettivi nazionali e internazionali di sviluppo. Si chiedeva, inoltre, di rendere disponibili alla pubblica opinione le informazioni relative alle cause legali già mosse da imprese nei confronti di stati nazionali in virtù delle clausole già in vigore per la protezione degli investimenti privati, per esempio in ambito Wto, e alle relative sentenze di risarcimento riscosse dalle corporations ai danni dei bilanci pubblici.

Uno dei portavoce del Forum, Kavljit Singh, Direttore di Madyam, ong di Delhi che si occupa di analisi delle politiche pubbliche, ha affermato che “Nel momento in cui l’India sta rivedendo ufficialmente l’impatto e la portata dei trattati di investimento bilaterali esistenti, sarebbe prematuro da parte di New Delhi per far avanzare nuovi negoziati con gli Stati Uniti. Che cosa succede se il riesame interno conclude che l’India non dovrebbe includere nei futuri trattati il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e Stato oppure una clausola che rafforzi il principio della nazione più favorita? Entrambi i partner commerciali non dovrebbero pregiudicare l’esito della revisione in corso”.

Il rallentamento delle esportazioni indiane e del volume degli scambi sta cominciando a spaventare anche le piattaforme nazionali di business che, nonostante rimangano i principali promotori di questo progetto di liberalizzazione estrema, temono in particolare la possibilità degli investitori nazionali di avere le stesse condizioni di accesso e sostegno delle realtà nazionali, potendo però godere di una protezione rafforzata dei propri investimenti, stando a ciò che sembra sia sul tavolo di negoziato. E chiaramente nella lettera del Forum delle associazioni indiane si solleva l’obiezione che il Bit “possa seriamente minare la capacità del governo di indirizzare gli investimenti esteri verso le priorità di sviluppo indiane e minacciare l’autorità del Parlamento e del sistema giudiziario indiano”. Senza pensare che l’argine alla crisi indiana posto da misure come quelle del “buy local” salterebbero immediatamente

La lettera riporta, a supporto, la lista delle imprese che hanno già citato in giudizio o minacciato di causa l’India per aver, a loro avviso, posto limiti alla loro libertà d’impresa con gli accordi bilaterali di liberalizzazione commerciali (CECA) e degli investimenti già in vigore (BIPA):

  • CC/Devas (Mauritius) Ltd., Devas Employee Mauritius Pvt. Ltd. (Devas) e Telecom Devas (Mauritius) Ltd. per il BIPA con Mauritius;
  • Axiata Investment 1 Ltd. & Axiata Investment 2 Ltd., Mauritius e Axiata Berhad Group per il BIPA con Mauritius;
  • Deutsche Telekom, per il BIPA con la Germania; Vodafone International Holdings BV Limited per il BIPA con l’Olanda;
  • Sistema Joint Stock Financial Corporation e Bycell per il BIPA con la Russia;
  • Telenor Asia Pte Ltd per la CECA con Singapore;
  • Capital Global Limited e Kaif Investment Limited, basati a Mauritius con Loop Telecom Limited, per il BIPA con Mauritius;
  • Children’s Investment Fund Management (U.K.) LLP per il BIPA con l’UK;
  • Maxim Naumchenko, Andrey Polouektov e Tenoch Holdings Limited, per il BIPA con Cipro.

Una lista autoevidente, che se sommata ai guai giudiziari incorsi al Governo indiano nel momento in cui ha impedito di estrarre a Enron, o ha chiesto di rivedere gli accordi di tariffazione con Bechtel e GE (General Electric), dovrebbe portare alla più naturale delle conseguenze: bloccare le trattative con gli Usa al più presto.

Gli esiti dell’incontro Sing-Obama:
http://www.politico.com/story/2013/09/us-india-trade-meeting-97473.html?hp=l6

TTIP: No all’accordo USA-UE plasmato sugli interessi delle imprese

Nonostante lo scandalo delle attività spionistiche della NSA statunitense nei confronti delle istituzioni dei Paesi europei, l’appello a fermare i negoziati di liberalizzazione commerciale tra le du sponde dell’oceano è rimasto inascoltata.
Oggi, Lunedì 8 luglio a washington parte il primo ciclo di negoziati sul Transatlantic Trade and Investment Agreement (TTIP, oppure TAFTA).
Con una Lettera aperta al presidente Usa Obama, al presidente della Commissione UE  Barroso e al presidente del Consiglio d’Europa Van Rompuy, oltre 60 organizzazioni della società civile di Stati Uniti e Usa, tra cui l’italiana Tradewatch, hanno manifestato le loro preoccupazioni sul contenuto del negoziato e sull’uso di condurre le trattative a porte chiuse, in nome della protezione del segreto commerciale e a dispetto della partecipazione democratica dei cittadini alla difesa dei propri diritti.

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Cotton trade: The road not taken

In preparazione della Ministeriale della WTO di Bali (Dicembre 2013), si ricomincia a parlare di cotone e volano le promesse per i Paesi più poveri. Uno sguardo disincantato dall’Africa ci racconta successi e insuccessi dell’iniziativa lanciata a Doha

ECO-opia

By Adam Sneyd     

Africa’s cotton producers need to re-think their approach to trade inequalities, with compensation mechanisms through the WTO – such as those offered by the US to Brazil – offering a positive route

Ten years ago, several of Africa’s leading cotton exporting countries took an historic stand against protectionism at the World Trade Organisation. Evidence had mounted that lavish cotton subsidy systems in the US and Europe were undermining the livelihoods of Africa’s cotton farmers. Leading research indicated that these subsidies had induced a global cotton supply glut. Faced with low world prices, African exporters took action.

Their strategy differed significantly from Brazil’s depression-era approach to capturing higher export prices for coffee. Cotton-dependent governments in Africa did not conspire to burn, bury or otherwise ‘disappear’ their crop. They also did not take Brazil’s contemporary approach to addressing the cotton problem. Instead of initiating a trade dispute…

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