G8: prossima fermata, la giungla

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 (Photo credit: Wikipedia)

di Monica Di Sisto (Fairwatch)

G8: e chi se li ricorda più? Il segno che il mondo stia davvero da un’altra parte di questi tempi lo dà il fatto che i Grandi della terra si siano riuniti in Irlanda del Nord e non li abbiano accompagnati né una grande visibilità, tantomeno uno degli scontri di prassi, ma solo qualche azione simbolica. Noi, però, ricorderemo questa edizione del vertice come l’occasione in cui Obama ha sfoderato il suo sorriso migliore per lanciare i negoziati di liberalizzazione commerciale tra Europa e Stati Uniti (TTIP) come la bacchetta magica contro la crisi dell’occupazione in Europa.

E la nostra politica, obbediente come al solito, si è adeguata tanto che il premier Letta ha citato l’accordo come uno dei principali strumenti anti-disoccupazione portati a casa durante il vertice. Ma su questo è già guerra di cifre, e ai massimi livelli. La Commissione Europea, infatti, stima che un accordo di questo tipo potrebbe generare un aumento del Pil nei Paesi membri di circa 119 miliardi di euro, e di 95 miliardi negli Stati Uniti.

In realtà c’è chi, però, come la Fondazione Bertelsmann, autorevole think tank basato a Monaco, prevede una contrazione del mercato interno tra i Paesi europei, e danni a grappolo tra molti dei paesi più poveri legati all’Europa da precedenti accordi commerciali. Il tutto per una crescita del reddito procapite lordo del 13,4% negli Stati Uniti e di uno striminzito 5%, distribuito in misura molto diseguale tra i 27 Stati europei.

Il vantaggio statunitense, infatti, sta tutto nell’armonizzazione degli standard produttivi, cioè detto in parole povere molte delle misure sanitarie e degli standard di qualità dei nostri prodotti. Quando cadranno queste barriere i prodotti americani, che sono in partenza molto più insicuri, meno sani e con garanzie di qualità intrinseca e sociale decisamente inferiori rispetto a quelli europei, risulteranno più competitivi e invaderanno scaffali e carrelli a cascata.

L’unica condizione per vincere? Diventare più competitivi, soprattutto stracciando i prezzi del lavoro e gli standard ecologici e qualitativi. Lo studio Nertelsmann dimostra, infatti che Spagna e Grecia, che hanno contratto all’estremo stipendi, contributi e welfare sotto la cura dell’austerity, potrebbero essere gli unici a guadagnare qualcosa in più da questa apertura, I flussi di commercio tra Paesi europei, però, ad esempio quelli tra Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia, sono destinati a ridursi drasticamente.

Anche Messico e Cile, ora principali fornitori di merci e materie prime a basso prezzo nel continente, potrebbero perdere punti e punti di Pil di commercio con gli Stati Uniti, come ad Africa, Asia e America Latina succederebbe con l’Europa. Entrambe le super-potenze, però, strapperebbero mercati a Canada, Sudafrica e Giappone e uno 0,4% di Pil pro-capite a Cina e Brasile: una manciata di spicci che sembra giustificare quello che Ulrich Schoof, coordinatore della fondazione tedesca definisce, “un potenziale gran problema di coesione tra i Paesi europei, non tanto dal punto di vista economico, quanto politico”.

Come al solito, insomma, non c’è capacità di prospettiva e visione nella vecchia Europa, ed è in caduta libera anche la solidarietà. Lo ha denunciato, sempre al G8, Donald Kaberuka,  il direttore della Banca Africana di Sviluppo. Innanzitutto ha chiarito che portare avanti una banca di sviluppo, se le multinazionali straniere strappano concessioni energetiche e minerarie poco trasparenti e, addirittura, sconvenienti per i Paesi africani titolari delle miniere, il suo lavoro di raccogliere tasse per permettere loro di investire su se stessi si fa difficile. Impresa quasi impossibile, ha ammesso,  se, come è accaduto, i tradizionali Paesi donatori hanno ridotto gli aiuti internazionali del 20% negli ultimi anni, continuano a evadere massicciamente il fisco e le condizioni commerciali che impongono anche ai Paesi più poveri peggiorano di anno in anno. Insomma la fregatura è già di dimensioni globali, e se possibile, potrebbe peggiorare. Ma tanto che importa: un bel sorriso, una stretta di mano a Obama, foto ricordo ed è fatta. Il Paese può attendere.

(tratto da www.comune-info.net)