La Commissione Europea punta sul Libero Commercio

Di Fausto Durante* e Leopoldo Tartaglia*

Saranno gli accordi di libero scambio a far uscire l’Europa e l’Eurozona, in particolare, dalla crisi ?
La Commissione, da tempo, sembra crederci e sta dimostrando un grande attivismo nella sua attività negoziale (demandatagli dal Trattato di Lisbona) praticamente con ogni area del mondo.
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In una nota diffusa lo scorso primo agosto, la Commissione dichiara enfaticamente: “Il 90% della domanda mondiale nei prossimi anni sarà generata all’esterno dell’UE. Questo spiega perché è una priorità centrale per l’UE aprire alle imprese europee maggiori opportunità di mercato, negoziando nuovi accordi di libero scambio con paesi chiave. Se domani dovessimo completare tutte le trattative sul libero scambio in corso, aggiungeremmo il 2,2% al PIL dell’UE, ossia 275 miliardi di euro. Ciò equivarrebbe ad aggiungere un Paese grande come l’Austria o la Danimarca all’economia europea. In termini di occupazione, questi accordi potrebbero generare 2,2 milioni di nuovi posti di lavoro o un aumento addizionale dell’1% della forza lavoro totale.”
Peccato che dimentichi di dire che gli effetti – sperati e mai documentati – arriverebbero tra 10 – 12 anni, a seconda dello stato dei diversi negoziati e accordi, e che l’impatto per l’occupazione, la struttura delle imprese, l’agricoltura, i servizi pubblici (vero obiettivo di molti degli Accordi di Libero Scambio, in particolare del TTIP con gli Usa), l’ambiente non viene mai abbastanza verificato “prima” della sigla degli accordi stessi.

Senza contare, l’impraticabilità di un’economia europea solo trainata dalle esportazioni, che accentuerebbe tutti gli attuali squilibri del continente e dell’Eurozona, a partire dall’ampliamento del divario tra i cosidetti paesi forti dell’Europa centrale e del Nord e quelli “marginali” mediterranei.

Qualche “sospetto” del resto viene proprio dalla lettura della nota (vedi la traduzione allegata) – comunque utile come riepilogo della situazione negoziale e degli accordi già raggiunti e in via di applicazione.

Sembra, leggendo, che le politiche di libero scambio abbiano prodotto o siano destinate a produrre benefici per tutti, per gli Europei, come per i cittadini degli altri paesi contraenti: dappertutto crescerebbero PIL e occupazione, in una specie di situazione di bengodi generalizzato.

La Commissione non vede – o comunque non valuta – le proteste di contadini, comunità locali, lavoratori (in questi giorni lo sciopero generale in Colombia, esplicitamente contro gli effetti degli FTA con Usa e Europa) e, mentre cita in continuazione il ruolo degli stakeholders, sembra non tener minimamente conto delle condizioni, delle proteste e delle proposte dei sindacati e delle organizzazioni della società civile europei .

Ai 29 accordi commerciali già in essere, la Commissione vuole rapidamente aggiungerne di nuovi, in particolare quello più ambizioso con gli Stati Uniti, anche per rilanciare un asse economico transatlantico che faccia fronte all’espansione dei cosidetti BRICS (la cui crescita oggi rallenta per le contraddizioni interne e per le conseguenze della crisi globale, ad epicentro europeo) e imporre – via accordi bilaterali – le regole multilaterali ad un’asfittica Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC – WTO), che si giocherà a Bali (dicembre) ogni residua credibilità.

Per parte nostra, continueremo a monitorare i negoziati e – insieme al sindacato europeo e internazionale – a porre innanzitutto le condizioni dei lavoratori, dell’ambiente, della redistribuzione delle risorse e delle ricchezze.
* Ufficio politiche globali CGIL

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