WTO, Bali. Commenti e reazioni dal mondo

wtoL’approvazione del Bali Package all’ultima ministeriale della Wto in Indonesia ha rappresentato un significativo cambio di passo nella gestione dei negoziati multilaterali di liberalizzazione dei commerci. Il consenso raggiunto grazie alla mediazione attiva del Direttore Generale Roberto Azevedo porta con sé una serie di conseguenze legate allo sblocco non solo di alcuni specifici capitoli negoziali, ma addirittura al rilancio del Doha Development Round, in stallo da oramai più di dodici anni.
L’importanza di un tale passaggio è stata ben riassunta dai diversi commenti rilasciati dai vari soggetti in gioco, imprese, sindacati e movimenti sociali, che mostrano come l’accordo in Indonesia sia qualcosa di più che un semplice consenso tra le parti.
Scott Davis, presidente e direttore esecutivo di UPS, realtà leader dei corrieri espresso ha sottolineato come l’accordo, in particolare sul capitolo del Trade Facilitation, sia stato “un passo avanti enorme per le imprese piccole e grandi nel velocizzare la movimentazione di beni a lovello globale, riducendo una burocrazia non necessaria”.
Una posizione condivisa da Walmart, una delle più importanti catene distributive statunitensi, che ricorda come il pacchetto approvato ridurrà in modo significativo “i costi doganali, della logistica, delle operazioni di confine ed altre inefficienze, migliorando la nostra capacità di consegnare il prodotto adatto al giusto prezzo nel momento giusto”.
Lo stesso Christian Verschueren, direttore generale di Euro-Commerce, in rappresentanza delle imprese europee della distribuzione organizzata e dell’ingrosso, ritiene che grazie al Bali Package si assisterà a “procedure al confine più veloci e semplificate, che saranno catalizzatori per il commercio, la crescita e l’occupazione. Il Trade Facilitation Agreement è un accordo win-win”.
Una posizione diversa quella espressa dai sindacati della Confederazione sindacale ITUC (International Trade Unions Confederation), che in un documento cofirmato con PSI (Public Services International, il coordinamento dei sindacati dei servizi pubblici) ed EI (Education International, il sindacato mondiale degli insegnanti), ricordano come “la WTO sia incapace di conciliare commercio e sviluppo”. Nello specifico del Trade Facilitation, avvertono come “il ridimensionamento della capacità dei Governi nazionali nel determinare le proprie politiche” sia un elemento negativo “per i lavoratori, i servizi pubblici e lo sviluppo” e che “gli impegni vincolanti” dell’accordo sulle dogane “richiederanno ai Paesi più poveri del mondo di investire in progetti costosi come porti, procedure doganali e strutture per facilitare le importazioni dal mondo sviluppato”.
Critiche che concordano con quelle espresse dai movimenti sociali, raccolti in network come EndWTO e Our World Is Not For Sale, dove si ricorda come il Trade Facilitation Agreement sia in verità un favore fatto alle grandi multinazionali della logistica ed agli interessi espansivi delle economie avanzate.
Rispetto agli altri capitoli sul tavolo, come quello sulla sicurezza alimentare e sul “caso indiano”, le differenze appaiono ancor più inconciliabili. Se il quotidiano “The Hindu” titola il 6 dicembre “La posizione dell’India si impone a Bali”, e se Deep Kapuria, leader della Confederation of Indian Industry ricorda come “i risultati sulla sicurezza alimentare siano una grande vittoria per il sistema commerciale multilaterale ed un risultato storico per tutti i Paesi membri”, non dello stesso avviso sono le realtà della società civile. Biraj Patnaik della rete indiana “Right to Food Campaign” etichetta il compromesso come inadeguato, sottolineando che la decisione di limitare le agevolazioni sui sussidi alla sola India sia una “dichiarazione di bancarotta del libero mercato”. Una posizione ancor più critica quella di Focus on the global South e di realtà come Social Movements for an Alternative Asia (SMAA), Gerak Lawan e La Via Campesina che evidenziano come l’opzione del Peace Clause si applichi su programmi di sicurezza alimentare già in atto, favorendo l’India ma non permettendo l’approvazione bel futuro di programmi simili da parte di altri Paesi in via di sviluppo. E che come l’accordo approvato all’ultimo a Bali sia in verità un regalo a grandi multinazionali e Paesi sviluppati.

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