TTIP: l’Europa si mobilita e la Commissione vende fumo

di Monica Di Sisto

Stretta dalla necessità di testimoniare alla cittadinanza europea la bontà della propria iniziativa, anche a fronte delle recenti contestazioni che hanno accompagnato le visite di Obama in diversi Paesi europei, la Commissione ha commissionato alla società olandese Ecorys una valutazione d’impatto della sostenibilità del TTIP. Ecorys, dal canto suo, ha appena trasmesso alla Commissione – che l’ha pubblicata [Trade/2013/E1/E03 TSIA-TTIP-Draft-Inception-report] – la metodologia che seguirà per valutare gli impatti complessivi – quindi anche sociali e ambientali – del Trattato di liberalizzazione transatlantica. 99 pagine in cui si dà anche conto – in chiusura e per flash – delle preoccupazioni e dei suggerimenti espressi da imprese, associazioni, sindacati e organizzazioni dei consumatori presenti a Bruxelles a metà marzo, all’ultimo dialogo tra i negoziatori e i “portatori di interesse”, in occasione del Quarto ciclo di negoziati ufficiali del TTIP. Questo processo, che arriverà a una prima bozza di valutazione presumibilmente entro Luglio 2014 (p. 75), si aggiunge alla valutazione d’impatto già realizzata preventivamente dalla Commissione[1] sulla base di una prima traccia delineata con il supporto del CEPR[2], che aveva fornito i primi numeri previsionali sui benefici del trattato – tutti rigorosamente positivi –suscitando anche non poche obiezioni scientifiche sia per il modello di previsione utilizzato, sia perché si concentravano solamente sugli indicatori macroeconomici, senza offrire una valutazione più ampia della potenziale influenza negativa del TTIP sugli standard ambientali, sociali e di welfare in vigore oggi sulle due sponde dell’Oceano ma non solo. Un patto d’acciaio di privatizzazioni e deregulation tra USA e UE, infatti, si tradurrebbe immediatamente in uno standard universale per l’intera economia globale, con effetti distruttivi che la stessa Ecorys paventa in questo nuovo report (p. 13) sulla scia dell’analisi finanziata dall’ultraliberista Bertelsmann Stiftung[3].

Voi direte: e che cosa ci sarà mai di interessante in oltre 99 pagine di metodologie? Nel TTIP come in tutti i negoziati commerciali, abbiamo imparato, il diavolo è nei dettagli. E tra le noiose righe ultratecniche, nonostante siamo ancora nella fase preliminare del processo, riusciamo ad intravedere molti dei problemi strutturali della valutazione stessa, e delle ragioni per cui dovremmo cercare di inceppare al più presto questo meccanismo. Non per caso all’inizio del documento stesso (p.11) Ecorys sottolinea che le organizzazioni della società civile stanno giocando un ruolo molto importante nel dare voce alle preoccupazioni non soltanto dei loro sostenitori, ma di tutti i cittadini europei, s

Parliamo innanzitutto degli stakeholders: cioè dei portatori di interesse che Ecorys coinvolgerà nel processo di consultazione che contribuirà alla costruzione del Rapporto (p. 66). La prima obiezione è di metodo: perché si sceglie di consultare i portatori di specifici interessi, e non i legittimi rappresentanti dei popoli europei democraticamente eletti, cioè il Parlamento europeo? Ecorys mette le mani avanti (p. 11): I Paesi membri dell’Unione europea e il Parlamento sono informati neu dettagli sui negoziati ed hanno accesso ai documenti negoziali. Sulla carta si, ma nei fatti la Commissione, che ha il mandato esclusivo nei negoziati commerciali, ha previsto delle “procedure operative” in basi alle quali i parlamentari europei possono solo porre dei “quesiti puntuali” rispetto ai testi negoziali. La Commissione è tenuta a rispondere per iscritto nel giro di poche ore. I testi legali, tuttavia, sono nel loro complesso secretati, accessibili solo per buona volontà informale di questo o quel funzionario ai Governi, oppure per forza di lobby a questa o quella realtà privata, mentre il Parlamento europeo è chiamato a un voto finale “prendi o lascia” al termine del processo negoziale e i parlamenti nazionali a una ratifica formale e successiva, prima della quale i trattati entrano senza alcun indugio automaticamente in vigore. Eppure questi trattati, con la scusa di liberare il commercio, vanno a modellare e pregiudicare per il futuro ampie parti della nostra vita quotidiana regolate da normative più general, riguardanti, ad esempio, la sicurezza dei prodotti, la qualità degli alimenti, i servizi pubblici, la lotta ai cambiamenti climatici, l’occupazione e le normative sul lavoro, addirittura i flussi migratori, tanto che specifiche fonti di dati su questi aspetti verranno monitorate e utilizzate per specifiche previsioni (p. 52)

Altra obiezione, inoltre, scaturisce dai numeri e dal profilo dei consultati (p. 66): al momento tra le realtà europee coinvolte nel monitoraggio troviamo 183 imprese o loro rappresentanti, ma solo 24 organizzazioni d’ispirazione ambientale, 30 sociale e 22 “altri”. Tra quelle Usa 2 sono imprese, nessuna ambientalista, 1 sociale e 4 “altre”, mentre tra quelle transatlantiche 3 sono imprese o loro rappresentanti, 1 ha mission ambientalista, 2 sociali e 6 “altre”. Se scorriamo, poi, a puro titolo di esempio, i nomi delle realtà ricomprese tra gli ambientalisti europei (p. 81 e segg.) troviamo, tra gli altri, l’ European Water Association, organizzazione lobbistica con fini tutt’altro che generali[4], European Renewable Energy Council che federa gli industriali delle rinnovabile, l’European Technology Platform for Sustainable Chemistry, fondata dall’industria chimica europea e altre amenità di questo genere, ben disseminate lungo tutto il panel che si rivela, dunque, a più attenta lettura, ancor più aderente agli interessi corporativi di come viene presentato.

L’ultima obiezione è rispetto al delicato tema del lavoro 8 (p. 29). L’analisi parte dalle differenze date nella regolamentazione del mercato del lavoro tra l’ UE e gli USA . A causa di queste differenze, secondo Ecorys, si è spesso concluso che il denominatore comune tra queste diverse questioni potrebbe portare ad una ‘ corsa al ribasso ‘ potenziale nelle condizioni di lavoro in Europa e di lì al mondo (se possibile), un argomento – sottolineano – spesso utilizzato da sindacati e ONG per opporsi al TTIP. Ecorys non la nega, ma si propone di simulare “la possibilità di abbassare gli standard relativi ai contratti di lavoro al fine di creare una maggiore flessibilità sul mercato del lavoro. Esiste già una tendenza in tutta l’UE per ridurre tali norme – spiegano gli esperti – al fine di implementare il concetto di flexicurity , ma questa tendenza può essere rafforzata dalla TTIP al fine di attirare imprese americane”. La ricetta, insomma, è sempre la stessa: lavorate a poco e come schiavi, e vedrete che il Pil crescerà e lo zio d’America vi assumerà. Ma l’Italia ha già sperimentato questa illuminata ricetta, e la sta pagando cara: a gennaio 2014, ci dice l’Istat, dopo anni di deregulation successive sempre più deresponsabilizzanti per i datori di lavoro, il tasso di disoccupazione è salito al 12,9%, il livello più alto dal 1977 come la disoccupazione giovanile, che schizza al 42,4% per un totale di 369mila disoccupati nel 2013, +13,4%, rispetto all’anno precedente. Tra il 2008 e il 2013, gli anni della crisi e dell’ubriacatura da flexicurity, si contano 984 mila occupati in meno, ovvero quasi un milione. E che negli Stati Uniti nemmeno quello stipendio minimo tanto propagandato da Obama sia ancora una realtà: la campagna Fight for 15 (http://lowpayisnotok.org/) ci insegna che per la maggioranza dei lavoratori Usa 15 dollari l’ora – senza benefit, previdenza, sanità e pensione – sono una paga miraggio. E che l’occupazione recuperata oltreoceano dopo la crisi del 2009 è a pessime condizioni e spinge la maggior parte di questi super full time tra le file dei beneficiari dell’assistenza alimentare pubblica e dei nuovi affamati. TTIP? No grazie. Fermiamo questa catastrofe annunciata finché siamo in tempo.

 

 

[1]European Commission, 2013, Commission staff working document: Impact Assessment Report on the future of EU-US trade relations, Strasbourg, 12 March 2013, SWD(2013) 68 final

[2]Centre for Economic Policy Research, 2013, Reducing Transatlantic Barriers to Trade and Investment: An economic assessment, London

[3] Felbermayr, G. et al., 2013, Dimensionen und Auswirkungen eines Freihandelsabkommens zwischen der EU und den USA, München

[4] http://www.ewa-online.eu/our-members.html

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