Wto: 20 anni e sentirli tutti

Ministerial Nairobi

 

 

 

 

di Monica Di Sisto, vicepresidente di Fairwatch

vi proponiamo una prima analisi della Conferenza ministeriale della Wto che si terrà a Nairobi dal 15 al 18 dicembre.

Dal 15 al 18 dicembre si tiene a Nairobi la decima Assemblea dei ministri del commercio dei Paesi membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Appuntamento importante, almeno sulla carta, perché la WTO compie vent’anni e, nonostante la sua relativa giovinezza come realtà multilaterale, per potere ed efficacia sembra ormai con un piede nella fossa.

A cantarle l’ultimo funerale, Michael Froman, negoziatore Usa, che sul Financial Times sentenzia che “è il tempo di essere onesti: il Doha round è a fine corsa”.

“Ci incontriamo un’altra volta a parlare di Doha Round – cioè il cosiddetto ciclo negoziale “dello sviluppo” lanciato in Qatar nel 2001, sulle ceneri delle torri gemelle per cementare con la liberalizzazione commerciale una nuova alleanza tra Nord e Sud contro l’instabilità globale, ricorda Froman – che, a fronte di tutte le speranze iniziali che ha rappresentato, semplicemente non ha dato frutti. Se l’obiettivo del commercio globale è quello di guidare lo sviluppo e la prosperità in questo secolo come ha fatto negli ultimi, abbiamo bisogno di scrivere un nuovo capitolo per l’Organizzazione mondiale del commercio che rifletta le realtà economiche di oggi. E ‘tempo per il mondo di liberarsi delle restrizioni di Doha”, taglia corto.

La cosa divertente per il nostro paese è che il co-officiante di questa messa da requiem sarà il nostro viceministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda, che sarà vicepresidente di turno dell’Assemblea e dunque tra i corresponsabili politici della dichiarazione finale dell’Assemblea dove capiremo l’esito di una così netta condanna a morte del ciclo negoziale in corso e dell’organizzazione che lo conduce.

Per chi scrive è il tempo delle magre consolazioni: è dal tempo dell’implosione della Ministeriale di Seattle, 1999, che ha segnato anche l’emersione dei movimenti altermondialisti, che troviamo nell’Organizzazione mondiale del commercio, come in tutte le istituzioni di Bretton Woods, il limite di essere club di Paesi le cui competenze e numero di soci rischiano di espandersi a dismisura, ma la cui reale partecipazione e sovranità è da sempre discutibile. La maggioranza dei membri della WTO è costituita da Paesi in via di sviluppo, si ricordava nella Dichiarazione di Doha, che si riprometteva di metterli almeno a parole al centro delle sue politiche, ma alla fine chi ne vuole tirare le fila sono sempre i vecchi soci fondatori – cioè Stati Uniti ed Unione Europea – che non riuscendone più a piegare le politiche a piacere ne hanno paralizzato le attività.

Era scritto nel suo Dna che l’operatività della WTO sarebbe stata a rischio di legittimità e di concretezza: quando, dopo la fine dell’Uruguay Round si è voluto dare a un trattato post-bellico di regolazione geopolitica del mercato attraverso dazi e dogane, il GATT, una dignità d’assise multilaterale espandendone le competenze anche a temi sensibili per i diritti umani come l’agricoltura, i servizi, la finanza, le misure sanitarie, fitosanitarie, e da ultimo persino il compito di liberalizzare il commercio dei beni e servizi ambientali, era chiaro il tentativo di svuotare le agenzie delle Nazioni Unite competenti come Fao, Unctad, Unfccc di poteri e capacità d’incisione. Dotando la Wto di un tribunale, e impedendo invece alle agenzie Onu di utilizzare il Consiglio di sicurezza come luogo di autentico governo globale dell’economia e della finanza, era chiaro che si voleva proteggere la possibilità dei vecchi manovratori del sistema economico e commerciale di continuare a tirare le fila, pur costruendo intorno ai propri interessi addirittura una para-istituzione globale.  

 

Ma oggi siamo addirittura oltre quei limiti strutturali, perché il conflitto tra vecchi e nuovi padroni del mondo ha raggiunto gli apici che vediamo, e Froman, nella sua “agenda per Nairobi”, senza reticenze spiega che quel gioco di ruoli ormai è stato soppiantato dalle sue versioni più estreme: i negoziati regionali. “Mentre questi negoziati sono andati alla deriva – racconta come se gli Usa non vi avessero largamente contribuito – altri tentativi li hanno superati di slancio. Alla guida di un gruppo di 12 nazioni, gli Stati Uniti hanno recentemente concluso la Trans-Pacific Partnership, che innalza gli standard e affronta le questioni emergenti quasi il 40 per cento dell’economia globale. Nel frattempo, gli Stati Uniti e l’Unione europea stiamo portando avanti il più grande accordo bilaterale nel mondo. Iniziative commerciali al di fuori della WTO sono diventati la norma, con centinaia di accordi firmati da decine di paesi dopo il lancio del Doha round”.

La sintesi di questo discorso, dunque, è che o la Wto si piegherà a fare la comoda cornice per questa nuova aggressiva agenda di liberalizzazione, o scomparirà uccisa dai suoi stessi genitori. Ne piangiamo le sorti? No di certo, perché rappresentava il tentativo di imbandire una tavola elegante a dei famelici cannibali per impedire loro di azzannare quantomeno il personale di casa. Ma molti importanti temi politici che meritano ora più che mai una discussione ampia e senza preconcetti ne’ linguistici tantomeno ideologici, perdono uno spazio di emersione senza che le Nazioni Unite si percepiscano nemmeno come lo spazio più adatto per affrontarli. Penso, ad esempio, all’esigenza di politiche pubbliche per tutelare la sicurezza e la sovranità alimentare: lo spinoso tema dei sussidi – che rimangono alle stelle negli Usa e in Europa – e della gestione delle aziende pubbliche d’acquisto e degli stock pubblici per governare i prezzi del cibo. Vogliamo davvero che i prezzi alimentari continuino a seguire le oscillazioni della finanza, con tutto ciò che comporta, dal campo al piatto, per lavoratori, industria, territori e consumatori?

Poi c’è il tema del legame tra benessere diffuso e commercio: le regole commerciali, ma anche gli standard di prodotti e servizi, a 360 gradi affermano o negano la possibilità della ridistribuzione di oneri e benefici lungo tutta la filiera, a livello locale, regionale e globale: ci fidiamo che questi delicati temi vengano trattati nei segreti tavoli dei negoziati bilaterali? La WTO, per ammantarsi di democrazia, ha scelto di pubblicare tutti i testi negoziali, mentre i negoziati regionali sono condotti in assoluta opacità dai portatori d’interesse più forti e accreditati: vogliamo davvero che in tempi di crisi strutturali siano loro, e non degli eletti, a dettare le regole del gioco?

E poi c’è il tema della consistenza stessa della Wto: è giusto cedere al ricatto dei grandi esportatori, capitanati da usa e Ue, che la Wto diventi il luogo in cui vengano assunti e resi validi per tutti i cosiddetti “nuovi temi” imposti faccia a faccia negli accordi regionali: dalla liberalizzazione incontrollata di finanza e servizi, all’omologazione degli standard, all’azzeramento della regia democratica del commercio, dal movimento di persone tra i Paesi all’interno delle stesse filiere globali, quindi con l’esportazione automatica delle condizioni di lavoro più economiche da una parte all’altra del globo, all’imposizione del modello stesso di filiera sull’articolazione biodiversa e più sostenibile dei mercati geograficamente contigui e regionali e via così?

Siamo d’accordo con Froman: è il momento di cambiare modello, di guardare oltre la WTO per individuare all’interno della cornice politica multilaterale una nuova quadra per le politiche commerciali, che parli, però, la lingua dei diritti, della sostenibilità ambientale e sociale, della giustizia e delle opportunità per tutti. Prima che il mondo salti sopra l’ennesimo pozzo o gasdotto, pur mascherati da cupola o minareto, bisogna ammetterlo: la Wto non serve, non è mai servita, per governare davvero il commercio globale e orientarlo al bene comune. Ma gli spazi alternativi al separé osceno dei vecchi e nuovi speculatori con i soliti antichi profili, esistono e vanno strutturati ed abitati con coraggio. Basta volerlo, e la loro debolezza non può essere un alibi credibile quando quella che sembrava la roccaforte più inaccessibile e strutturata nella nuova Governance si rivela anche ai suoi signorotti come il più diroccato dei castelli di campagna.

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